In questi ultimi anni le politiche macroregionali o euroregionali hanno prodotto una accelerazione che ha reso ancor più evidente l’esistenza di uno spazio importante, in ordine ai processi produttivi, economici, finanziari e politici occupato da una pericolosa alleanza tra imprenditori e “governatori” delle Regioni italiane del nord est. ll vecchio progetto "Alpe Adria" sembra persino inadeguato a contenere queste spinte sempre più marcate alla definizione di progetti di area, nella consapevolezza del ruolo strategico e di "centralità" che questi territori vanno assumendo in ambito comunitario, soprattutto in relazione all’allargamento europeo. Si tratta di un processo che prefigura e sperimenta nuove istituzioni, capaci di decidere fuori da ogni controllo popolare, senza nessun mandato diretto dei cittadini. Il progetto di “Euroregione” delle banche, delle imprese e degli oligopoli da tempo non è più un vuoto contenitore promozionale, bensì una vera e propria macchina da affari, una entità che già si appresta a stabilire, anche sul piano istituzionale, nuove regole nei rapporti tra Veneto, Friuli, Carinzia, Slovenia e litorale istriano croato, una area di 8 milioni di abitanti, con un PIL fra i più alti d’Europa. Questo avviene in un contesto segnato profondamente da una frammentazione senza eguali del mondo del lavoro, ulteriormente accentuata dallo strapotere delle multinazionali e dal dilagante fenomeno della delocalizzazione; dove i profitti smisurati sono frutto di un sistema fondato sui bassi redditi dei lavoratori e sulla precarietà che investe intere generazioni. La cultura dei diritti è quotidianamente messa in discussione, sotto la potente leva del populismo, della xenofobia, di una retorica antipolitica che gode di larghi consensi di massa. Occorre però abbandonare ogni illusione, per altro sbagliata, che a queste spinte regionalistiche ed euroregionalistiche, segnate da una desiderio egoistico crescente, si possa rispondere con il richiamo ad una astratta unità centralista. E’ indispensabile non prestare il fianco alla deriva secessionista e ai fenomeni di separatismo alimentati da una storpiatura dell’idea federalista, tradotta in questi territori – senza per altro che lo stesso centro sinistra si distingua - ad uso e consumo esclusivo delle imprese e dei capitali finanziari. Ma non vi è dubbio che la sfida per la sinistra in quest’area passa attraverso la capacità di dare risposte concrete alle domande di autogoverno e all’aspirazione delle popolazioni di poter controllare l’uso delle risorse esistenti per anni depredate (il territorio, l’aria, l’acqua, la natura, l’agricoltura). Si pongono come una urgenza: una nuova politica di salvaguardia del patrimonio collettivo; il controllo sul modello produttivo e sulla ricchezza prodotta; l'allargamento dei diritti e l’idea di una società a cittadinanza universale; una nuova dimensione partecipativa fondata sulle relazioni dirette e le reti di cooperazioni tra le popolazioni, le comunità, i municipi. Forti di un approccio critico e da sinistra agli stati nazionali, ma anche a tutti gli altri accentramenti (siano queste le spinte presidenzialiste, le nuove burocrazie regionali, i “sindaci podestà”), si deve riproporre un modello “autocentrato”, costruendo un progetto sulle pratiche dell’inchiesta e sperimentando conflitto politico e sociale concreto, che non sia visto come semplice operazione di rappresentanza politica, ma come innesco di protagonismo dal basso. In questo particolare momento entrare nelle contraddizioni della globalità può permetterci di avviare un percorso critico/rivoluzionario, ma nello stesso tempo di prospettiva reale se saremo in grado di disossare il sistema e i sistemi territoriali nazionali e/o regionali. Dobbiamo noi per primi guardare oltre e dentro ad artificiosi confini amministrativi che oggi non hanno più senso d’essere, ma nello stesso tempo essere in grado di disegnare altri parametri di relazione, nuovi percorsi di ricomposizione di un blocco sociale e politico, per non cadere nella trappola delle ineluttabilità della globalizzazione.
A partire da questi principi e arrichendoli con le esperienze diffuse in questi territori, intendiamo contribuire orizzontalmente al dibattito apertosi in Rifondazione Comunista e nella Sinistra Europea, per la costruzione di una nuova soggettività politico sociale, che non si riduca ad un luogo istituzionale, o peggio a semplice sommatoria di “stati maggiori”, ma in uno strumento che si radichi nel territorio, affronti le dinamiche e le contraddizioni reali, si organizzi e produca iniziativa; che contribuisca a ridefinire gli ambiti decisionali e di elaborazione progettuale, con una logica pluricentrica, democratica e partecipata.
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